Riflessioni di Filipp Davall sulla mostra di Enrico Mitrovich,
Un colpo al cuore.
Enrico Mitrovich ha collezionato, acquistandole nei mercatini dell’antiquariato, cento fotografie riprese con un dispositivo automatico di scatto collegato al bersaglio di un tirassegno. Il punto di ripresa pare il medesimo, forse hanno usato sempre lo stesso dispositivo, un brevetto di fabbrica. L’epoca degli scatti, si può dedurlo dagli abiti più che dal bianco e nero delle stampe, è presumibilmente entro la prima metà del Novecento; i luoghi sono i parchi a tema e le fiere di paese. Nella mostra sono allestite in sequenza, a un’unica altezza, incorniciate una a una, e si offrono al nostro sguardo dal medesimo punto di vista privilegiato e obliquo che ci cala nel ruolo di dei minori ex machina.
Lo sapevano di essere ripresi? Nessuno sembra in posa ma tutti, sia i tiratori che i loro complici più o meno accalcati alle loro spalle, dovevano sapere: le foto scattate non erano destinate alla collezione privata di un voyeur ma venivano vendute immediatamente a chi centrava il bersaglio, come prova del suo successo. Lo scopo di lucro è certo, e tuttavia, come accade talvolta nelle imprese economiche, il prodotto non ha soltanto un prezzo ma assume un valore intangibile e simbolico; e soprattutto, passato il tempo debito in cui il prodotto doveva essere consumato, giunto oltre la sua – per così dire – data di scadenza, assume anche un significato estraneo a quello originale che la mostra riporta all’uso dopo anni di oblio nelle soffitte e nel fondo dei cassetti.
La sequenza di immagini tutte uguali e tutte diverse – rassomiglianti – crea una certa vertigine dell’abisso: specchi, muri su cui far rimbalzare una palla, stagni in cui la vita brulica sotto la superficie, echi che rimandano il nostro nome presente a un nostro futuro sé in attesa di conferme…
Dove inizia il nostro sguardo e quando cominciamo invece a essere guardati? Nel medesimo istante, si direbbe, se è vero che, pochi centesimi di secondo dopo aver centrato il bersaglio, il tiratore-osservatore viene centrato a sua volta, immortalato, colpito a morte con la stessa violenza con cui ha ucciso il suo nemico di latta. È lui stesso che provoca la propria osservazione, che chiede di essere guardato nel momento del trionfo; è lui stesso che si guarda attraverso l’occhio meccanico che ha delegato, così come deleghiamo l’occhio dell’amante nell’amplesso per testimoniare di essere vivi nell’istante della nostra piccola morte; è lui stesso che provoca la propria morte, se è vero che ogni fotografia ci rende eterni ma rigidi, freddi e senza più un divenire.
Osservatore e osservato si scambiano i ruoli: l’atto di sparare non è interessante di per sé ma lo è il rapporto che crea tra cacciatore e preda, tra osservatore e osservato, tra soggetto e oggetto. In termini assoluti si potrebbe dire tra Creatore e Creato. In termini più relativi, in ciò che avviene sempre quando un’opera d’arte viene consumata – e non sembri l’uso del verbo “consumare” sacrilego più di quanto non lo sia il consumare del cibo per nutrirsi o l’ingoiare un’ostia alla messa. Ogni volta che qualcuno – non dirò artista, dal momento che le foto in mostra non sono state riprese da nessuno in particolare, e non c’era alcun dito posato sul pulsante dell’otturatore sottomesso ad alcun occhio giudicante, e non era instaurato quel rapporto uno-a-uno o uno-a-molti che per necessità si stabilisce tra fotografo e soggetto – ma insomma, ogni volta che qualcuno produce qualcosa destinato a un pubblico, e questo pubblico se ne ciba e produce a sua volta, e così via, ecco che l’abisso si affaccia, si interfaccia e ci interroga.
La contemporaneità di domanda e risposta è forse la chiave di lettura di queste fotografie? O la coincidenza del luogo, oltre che del tempo, in cui osservatore e osservato convivono? O è proprio la coincidenza addirittura di osservatore e osservato?
Non è poca la distanza che separa queste fotografie dal genere autoritratto e dal sotto genere selfie, che pure si potrebbe tentare di collegare. L’intenzione però le tiene irrimediabilmente lontane. Lì lo scopo è dare di sé al mondo un’immagine tanto più riuscita quanto più artificiale e controllata; qui lo scopo è sparare con precisione e il fatto di essere contemporaneamente ritratti è solo un effetto collaterale, uno scarto. C’è senz’altro una motivazione tecnica dietro questa obliquità: l’impossibilità di allineare l’obiettivo allo sguardo del tiratore il quale centrandolo lo romperebbe e ne impedirebbe il funzionamento. Sono dunque delle fotografie che seguono il principio di indeterminazione, quello stesso che in fisica ci ha spiegato come sia impossibile osservare alcunché senza alterarne le proprietà più intime. Dobbiamo arrenderci all’evidenza, accettare che quei tiratori leggermente fuori fuoco e che vivranno per sempre su un piano obliquo rispetto al nostro di loro osservatori, come rinchiusi in una dimensione esclusiva, non ci diranno mai tutto quel che vorremmo sapere di loro, protetti dall’anonimato del tempo, certamente, ma soprattutto dalla loro stessa natura: tenteremmo invano di corromperla partecipando a un gioco a cui non siamo stati invitati. È solo accettando di rimanere al di qua dello specchio che possiamo sperare di ottenere qualcosa da loro. Non accade mai quando invece incrociamo uno sguardo perché diventiamo allora oggetti osservati e passivi, nel migliore dei casi soggetti intimiditi.
Provate per esempio a fissare un busto di marmo che, pur appartenendo a una dimensione ancora diversa delle cose inanimate, continuerà in egual modo a sottrarsi alla vostra richiesta di attenzione. Ci girate intorno tentando di cominciare un dialogo, ma tutto quel che sarete in grado di dire non sarà altro che l’eco di quello che avrete udito da lui: voi parlerete tramite la sua bocca immobile, lui vi avrà persuaso senza dire una parola. In questo senso, le fotografie in mostra, nonostante siano opere automatiche e senza autore, stabiliscono i parametri di autenticità che andiamo ricercando nei corridoi silenziosi dei musei davanti a un’opera d’arte propriamente detta: noi ci aspettiamo ogni volta di udire un messaggio sussurrato da lontano e se non accade ce ne torniamo a casa delusi, traditi.
