di Stefano Strazzabosco

GAME OVER (INSERT COIN)
di Stefano Strazzabosco

Il lavoro di Enrico Mitrovich procede per salti e per scarti, simile in questo alla corsa della lepreche svaria nell’erba cercando la salvezza. Come la lepre, l’arte di Mitrovich è esposta alle tagliole,i bracconieri, i cacciatori con licenza, le trappole infi de come i gas le polveri sottili mediegrosse i pneumatici impietosi che schiacciano lasciando nell’aria un puzzo di caucciú combustoe di oli industriali, nonché le tracce nerastre sull’asfalto. Ma a differenza della lepre, che quandonon viene appiattita tende spesso a fi nire in salmí, lo zigzagare di Mitrovich approda a luoghiimprevisti, dove si resta spaesati e stupiti, sentendo riconoscenza nel cuore.L’arte di Mitrovich è infatti in primo luogo cordiale, anche se camuffata da scaltro valletto delraziocinio; corale, anche se in apparenza del tutto singolare; drammatica, perché il comico, chepure vi si trova in abbondanza, è sopraffatto dall’irreparabile in agguato tra le righe, il vinavil, lepennellate, i bytes e qualsiasi altro mezzo l’artista senta di poter usare impunemente, per nostrafortuna.La cordialità non è l’aspetto piú evidente nelle opere di Mitrovich, almeno alla fatidica primaimpressione. Prevalgono altri dettagli: la scansione analitica del reale, il suo proiettarsi nellavirtualità, l’esplorazione dei luoghi del pensiero e del gioco, della matematica e dell’infanzia, lecose che ci rimbalzano in grembo come rane animate da correnti elettriche, galeniche, vischiosepresenze. Ma dietro l’arguzia e la vertigine, e anche dietro l’alea, c’è la materia. Nel corso deglianni Mitrovich ha tracciato una via che l’ha portato dai videogiochi, cioè da una realtà schermatae surrogata, ai campi raggelati dagli ululati dei lupi e agli stormi di merli, i cervi, i corvidegli anni piú recenti. Il confronto col reale si è fatto piú stretto, piú fi tto, aldilà degli schermi edei fi ltri.D’altra parte, la materia era presente fi n dall’inizio in dosi massicce, e le centinaia di graffesparate su un pezzo di lamiera (in un lavoro di Mitrovich dei primi anni Novanta) sono solo unesempio del combattimento ingaggiato con quella. Eppure i cardellini di pochi anni fa, dipintiquasi ossessivamente in quadretti che ricordano gli ex-voto della tradizione popolare, provengonopiú da Raffaello che dall’osservazione dal vero, riproponendo i fi ltri di cui si parlava. Allostesso modo, le rivisitazioni del cane al guinzaglio di Balla, della prima eliografi a di Nicéphore Niepce o dell’ultimo fotogramma che ritrae Glenn Gould, immobile davanti al piano dopo aversuonato le Variazioni di Bach, sono altrettante interfacce che leggono la realtà attraverso le suerappresentazioni storicamente determinate, fi nestre aperte dalle quali si osserva il paesaggio cheesiste, ma anche che resiste al contatto immediato.Come dire che la materia è insieme affermata e negata: meglio, che non si dà percezione delreale senza strumenti percettivi, e che la nostra percezione riguarda in primo luogo gli strumentistessi, quasi che il mondo fi nisse dove termina la rete simbolica che cerca di afferrarlo. In questosenso l’amore per le cose si identifi ca col battito del cuore che le sente, l’osservazione delle stellecol telescopio puntato verso il fondo abissale delle notti scrutate dagli astronomi. La realtà è lamente che “indaga, accorda, disunisce”, ma quella mente è a sua volta materia, corpo sensibile,tangibile. Da qui discende lo sguardo pietoso che avvolge ogni cosa, nel suo trascolorare alpassare del tempo, nella sua beffarda scommessa di esistere al centro del “solido” nulla. Da quianche la coralità di quest’arte, che parte da osservazioni individuali per suggerirci un destinocomune, condiviso da uomini, animali, cose. Sotto i molteplici veli giocosi e ironici che dannoa queste opere una grazia e una leggerezza quasi acrobatiche, incombe un senso di minaccia oaddirittura di tragedia, come detto: e la tragedia riguarda l’intera specie umana, con tutti i suoiannessi e connessi. Sic transit…Ma quella di Mitrovich è anche un’arte quantica, in cui pacchetti di realtà vengono trasferiti inblocco di livello in livello, come nei videogiochi alla Doom o nelle sette esoteriche diffuse inCalifornia, e anche altrove nel mondo. L’artista usa la sua acuta percezione della realtà, vale adire la sua intelligenza, per scoprire e trasmetterci il lato mancino delle cose, la linea sghembache attraversa il mondo, in modo aguzzo e obliquo. Ci fa soprassaltare, da un livello all’altro.Mette in scena il nostro game over: insert coin. Con molta discrezione, è come se piantasse unpugnale alle spalle delle cose visibili: uno sporco lavoro da sicario. Allora si produce un lampo,balugina un pensiero, la mente si illumina, si attivano percorsi cerebrali insospettabili e ignotifi no a prima. Il pacchetto di realtà passa a un livello superiore, e trova altre minacce da scongiurare.Insert coin. Eccetera. Ma in quel brillare, che cerca altri specchi in cui moltiplicarsi erifl ettersi (specchietti per le allodole?), c’è tutta la bellezza dell’effi mero che sublima in arte, delquotidiano che si fa perpetuo (previo perpetuo inserimento coin).
Mitrovich infi ne è molto attento ai codici, i linguaggi, i simboli, le cifre che racchiudono le cosenelle loro maglie, cercando di irretirle. Il codice binario dei computer entra cosí in gioco accantoal pittorico, la memoria codifi cata di un hard disk con quella biologica, del seme dell’uomo, deisuoi mascheramenti, del suo vedere e non vedere sé stesso e quanto lo circonda: animali, piante,quadri, boschi e deserti, reticolati geometrici, coordinate geografi che, genealogie di rettili, monetepre-romane, pacmen, draghetti, salti mortali, salti immortali, fotografi e di anonimi fotografimortali immortali, plastica e legno e lamiere di recupero, acqua, scrittura e fuoco. Si descrive ilpresente attraverso l’obsoleto o il trapassato, i codici si sovrappongono e noi siamo dentro e fuorila loro rete ubiqua, che è poi la nostra come specie. Lo scarabeo continua a spingere avanti lasua palla di sabbia. Lo scarabeo è la sua palla di sabbia.Un giorno Google Earth decise di andare nel bosco a raccogliere ghiande. Non sapendo dovetrovare il bosco, telefonò al suo amico Cane Al Guinzaglio per chiedergli se sapesse dove fosse.Cane Al Guinzaglio però non seppe dirglielo, e suggerí di telefonare a Glenn Gould, che infattidiede a Google Earth tutte le indicazioni necessarie. Quando fi nalmente entrò nel bosco, GoogleEarth si stupí del gran silenzio che si poteva ascoltare, e ancora di piú vedendo parecchi corvi etre merli accovacciati sull’erba, con gli occhi semichiusi. Addirittura una farfalla, che aveva sulleali un arcobaleno di colori, era rimasta immobile nell’aria, come si vede nelle foto: pareva chestesse nuotando in fermo-immagine. Google Earth pensò che forse stavano aspettando qualcunoo qualcosa, e infatti poco dopo un minuscolo Giacomo Balla entrò camminando nel bosco, ecominciò a parlare con una vocetta stridula. Disse: “Né Bach né Joseph Nicéphore Niepce siaccorgeranno mai che hanno sbagliato sentiero, poveri allocchi. Vagheranno per anni smarritinel mondo senza tracce lasciati a se stessi. Ho compassione di loro, ma io vado avanti. C’è trippaper gatti, di là da questo bosco. C’è il Campo Marzio che sguinzaglia i suoi cani a passeggio. Ciandrò zufolando”. Google Earth si sentí sollevato, e seguitò a osservare. Adesso vide che dai rami degli alberiscendevano tracciati luminosi, come percorsi di lucciole. Aprí per bene gli occhi. Un’onda dichiarore lo coprí abbagliandolo, lasciandolo bianco. Google Earth si scosse di dosso la polveredi luce e riprese lentamente a camminare, tra gli alberi immobili. Glenn Gould non ci crederàmai, pensò Google Earth, allontanandosi. E tanto meno Cane Al Guinzaglio. Ma io?
ottobre 2007