di Francesco Mezzalira

Hortus conclusus, un microcosmo in un macrocaos
di Francesco Mezzalira
Pairi-dae-za, “paradisi”, “parchi recintati”, erano i giardini persiani dell’antichità, che interpretavano la tradizione già egizia e mesopotamica di luoghi di delizie, colorati da fiori profumati e generosi di frutti saporiti, allietati da fontane sonore di acque zampillanti, e rinfrescati dall’ombra di fronde arboree. I giardini hanno sempre rappresentato, presso coloro che hanno avuto la sensibilità e la cultura per realizzarli e coltivarli, luoghi di perfezione, separati dal resto del mondo, imperfetto quest’ultimo perché spesso disordinato, rumoroso, arido o selvaggio. Il giardino segreto, l’hortus conclusus, l’eden terrestre, è veramente il luogo del cosmos (un universo ordinato, e perciò bello) contrapposto al caos circostante. È un microcosmo in un macrocaos. Quella del giardino recintato è un’idea, un archetipo, una metafora, che ha trovato realizzazioni concrete in alcuni giardini reali (i più oggi purtroppo scomparsi), ed è stata espressa variamente e in modo suggestivo nella letteratura e nell’arte, a testimoniare un’esigenza profonda dell’estetica umana: l’esigenza di trovare un angolo di pace ed appagamento dei sensi. Questa istanza ha assunto significati religiosi, come nell’hortus conclusus del Cantico dei Cantici, o negli orti dei chiostri monastici, oppure significati profani, come i giardini d’amore del mondo cortese e quelli onirici della Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna. Può anche essere un luogo di meditazione, filosofico: alcune scuole di pensiero dell’antichità avevano sede in giardini, dove l’ombra di un albero,
così gradevole sotto il sole mediterraneo, permetteva di conversare con agio sulla natura e sull’uomo. Il giardino segreto è un cosmo privato che riproduce i caratteri del locus amoenus classico, i cui elementi sono un verde prato fiorito, lo scorrere dell’acqua, la presenza di un albero o di un boschetto. È un luogo in cui pare di cogliere la presenza di una divinità, di un genius loci, che rappresenta e personifica la bellezza del sito.
L’hortus conclusus circoscrive un mondo nel quale l’arte e la natura trovano una sintesi armoniosa, in un piccolo universo “comprensibile”, così come il giardino è compreso entro una siepe, un muro, un portico, una recinzione fiorita. Alla comprensione fisica corrisponde una comprensione intellettuale ed estetica, si tratta di un microcosmo compreso perché delimitato, e ordinato.

Arte e natura, natura nell’arte… Anche un quadro d’artista, un dipinto entro una cornice, o entro il confine della tela, della tavola, è un microcosmo nel quale trovano posto sensazioni, idee, emozioni. È in qualche modo il risultato della ricerca di un ordine nella propria estetica, del bisogno di concretizzare e delimitare immagini e colori.
V
i è, nella pittura, nello stendere i colori, accostarli e mescolarli, sovrapporli e graffiarli, una dimensione giocosa, infantile, e anche in questo troviamo un’analogia con l’idea del giardino nel quale l’immaginario medioevale collocava una fontana che donava l’eterna giovinezza a quanti vi si immergessero, permettendo loro di tornare a godere dell’energia vitale della verde età.
Quando poi la pittura propone fiori ed animali, allora l’analogia con l’hortus conclusus della tradizione diviene ancora più stretta, e una mostra di opere a soggetto naturalistico diventa un florilegio, una “antologia” dei microcosmi estetici dell’artista. E ci permette di lasciare all’esterno un mondo spesso confuso e disarmonico, ed entrare in un meraviglioso giardino segreto.
per la mostra di Enrico Mitrovich

 

Milano, primavera 2015