Connessioni. Ovvero la vita dello spirito nel ritmo delle cose

Non si tratta di una mostra allocata in uno spazio inusuale. Le officine Lavinoss non sono un capannone industriale dismesso, bensì un luogo di lavoro produttivo e, oltretutto, altamente specializzato. Governato da Fabio Rigodanza che, inoltre, è un appassionato d’arte cui dedica personalmente energie, tempo e risorse.Quindi le mostre che vengono allestite in Lavinoss rappresentano in modo plastico la sinergia che si attua tra l’aspetto ‘magico’ del fare arte e quello, più scientifico, dell’artigianato nel proprio ambiente operativo. Oggi, gli storici dell’arte e i critici, certo non credono più che vi sia una differenza morale di principio tra le due competenze – arte e artigianato –ma in passato, soprattutto a partire dal Rinascimento, si accentuò gradualmente la separazione tra le due, come se il fatto di occuparsi di ambitisimili ma distinti, rendesse necessario assegnare a ciascuna qualità valoriali diverse. Prima del Cinquecento, arte e artigianato erano sicuramente più interrelati, fatto che traspare anche a partire dallo stesso termine originario latino che le definisce: ars-artis. Esso assegna sia all’arte visuale e creativa sia all’artigianato la medesima dignità. In ogni caso, è comunque ampiamente dimostrato anche nella realtà contemporanea l’osmosi tra le due pratiche. Risulta cioè evidente come non possa esserci invenzione artistica che non preveda una conoscenza intellettuale e tecnica così come ogni forma di artigianato necessiti di una capacità di ‘inventare’ e di ‘ideare’ per fornire soluzioni ai propri progetti. La premessa è utile nel caso di questa mostra di opere di Enrico Mitrovich in cui si può verificare plasticamente il matrimonio felice tra il lavoro dell’artista e l’ambiente artigianale-tecnologico in cui esso è allocato e per capire la misura in cui questa ‘felicità’ si attui dalla collaborazione di diverse menti inventive. Poi, la complicità del buio della sera fa volare i lavori di Mitrovich e mette in scena la magia favolistica di cui sono portatori. Attraverso i suoi dipinti l’artista ci offre la possibilità di seguire il suo vagabondare in ogni direzione del tempo e dello spazio, oltre che nei più svariati campi, specialmente letterari ma anche tecnici e tecnologici con incursioni, a volte stravaganti, nella fotografia, nella cronaca e, soprattutto, nella vita degli animali verso i quali l’artista dedica da sempre una particolare attenzione. La sua è una pittura diretta, che si avvale di strumenti classici – il segno, la forma, il colore – che innervandosi tra loro costruiscono percorsi di un’intensità narrativa particolarissima. Le storie che dipinge contengono, dunque, di tutto: elementi naturali, vegetali e animali, ma anche manufatti umani con le loro pregnanze sociali e tecnologiche e il relativo portato di problematiche oggi molto, molto attuali. Spesso elementi che appartengono alla vita comune o apparentemente minimi, vengono mischiati, trasfigurati, messi in relazione tra loro creando nessi inattesi, ironici, bizzarri, a volte buffi. Sempre comunque prodigiosamente interessanti. Per la ragione che essi costituiscono l’occasione di mettere in luce distorsioni e incongruenze oppure vere e proprie distopie (ricordo alcune serie di opere che insistevano su temi ambientalisti ma senza la retorica e la pesantezza che di solito li accompagna). Molte opere di Mitrovich sanno stemperare le sue stesse perplessità sul mondo e sulle scelte contemporanee in una sorta di speranza o, quantomeno, in una bonomia gentile. Alcune sembrano suggerire soluzioni che l’artista ha elaborato sulla e per la propria esperienza esistenziale. Tutte indistintamente riflettono e aiutano a riflettere in modo intelligente, profondo e leggero nello stesso tempo, sempre poetico e mai banale.Accanto alla maggioranza di opere figurative, ci sono anche opere che si mostrano in una apparente, totale autonomia non figurativa della pittura-pittura; anche se resta sempre in agguato il sospetto che qualche brandello di realtà si annidi, d’acchito irriconoscibile,in migliaia di macchiette gialle o migliaia di macchiette colorate su lastra metallica. E, infatti, è proprio così. E’ il caso, ad esempio, di due particolarissime opere: “Pulcini” e “United color of chicken” – bruciature su lastra, 120 x 120 cm 2025 – di cui Enrico spiega la genesi con l’allure di un mago.Un altro esempio, stavolta riferito ad argomento informatico è: “Scan disk: ti penso sempre” che, partendo dall’osservazione della banalissima operazione di scansione che verifica e ripara eventuali errori sul disco rigido dei computer, giunge a definire l’ossessione di un ricordo infelice d’amore, ‘ripulendolo’ però da ogni sentimentalismo ed enfasi emotiva di cui la mente umana, in certe situazioni, non riesce a liberarsi. Un gruppo di opere di fantastica leggerezza è poi quello che introduce alla mostra, dedicato a giardini un po’ speciali: “Il giardino di Ottone Rosai” e “Il giardino segreto di Ernesto Schick. Ovvero la flora ferroviaria”, costituito da un trittico con al centro il balzo di un giaguaro. Due bellissime storie di pittura su un tema caro a Mitrovich e dal potente contenuto metaforico,appunto il giardino; popolato di fiori e di labirinti, di uccelli, di lucciole e di sogni che attraversano il tempo. Un tempo che scorre infinito nel susseguirsi dei giorni e delle notti e nel mutare perpetuo delle stagioni.La serie di lavori che si succedono a sorpresa nello spazio dell’officina tramutata in biblioteca si legge come una sorta di libro che potremmo definire un racconto di racconti. E suggerisce incantesimi e trasformazioni prodigiose. Evocano l’infanzia di ciascuno di noi: la zucca di Cenerentola che si muta in carrozza o l’isola che non c’è di Peter Pano il mondo dietro lo specchio di Alice nel Paese delle Meraviglie o forse la caverna di Ali Babà.

E, come nell’atemporalità delle favole, le pagine di questo libro non hanno una numerazione perché non c’è nella narrazione una vera e propria sequenza cronologica. Sono opere che appartengono ad anni e a decenni diversi ma tuttavia contengono un filo che le lega ed è, appunto, la vitalità dello spirito che fluisce dentro alla realtà della vita. L’idea che spiega anche il titolo che abbiamo voluto dare alla mostra,

CONNESSIONI. Ovvero la vita dello spirito nel ritmo delle cose”.

Giovanna Grossato